Cia e Pentagono sono stati esclusi dalla “policy review” di Obama

L’ultima deviazione della politica estera americana verso lidi dominati dai calcoli politici più che dalle ambizioni strategiche è stata decisa negli incontri del sabato mattina convocati da Susan Rice, consigliere per la Sicurezza nazionale. Subito dopo il suo insediamento, all’inizio di luglio, Rice ha organizzato incontri settimanali con il team della sicurezza nazionale della Casa Bianca per stilare la “policy review”, documento d’indirizzo della politica estera che stabilisce priorità, criteri e metodi d’azione.
11 AGO 20
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New York. L’ultima deviazione della politica estera americana verso lidi dominati dai calcoli politici più che dalle ambizioni strategiche è stata decisa negli incontri del sabato mattina convocati da Susan Rice, consigliere per la Sicurezza nazionale. Subito dopo il suo insediamento, all’inizio di luglio, Rice ha organizzato incontri settimanali con il team della sicurezza nazionale della Casa Bianca per stilare la “policy review”, documento d’indirizzo della politica estera che stabilisce priorità, criteri e metodi d’azione. Barack Obama ha sintetizzato le indicazioni del consigliere per la Sicurezza nazionale nel discorso all’Assemblea generale dell’Onu: l’America dovrà occuparsi innanzitutto di negoziare un accordo nucleare con l’Iran, promuovere il processo di pace fra Israele e Palestina su cui il segretario di stato, John Kerry, ha già investito parecchie energie e trovare una soluzione diplomatica sulla crisi siriana. Tutti gli altri dossier scivolano più in basso nella classifica concepita da Rice e vidimata da Obama, fra questi anche l’Egitto, che per una stagione è stato lo scenario attorno a cui si è affannata l’Amministrazione per districarsi fra i vagiti democratici della piazza, i fallimenti dell’islam politico e i colpi di stato che Washington si rifiuta di chiamare tali.
Nel fine settimana il consigliere ha parlato per la prima volta degli incontri del sabato in un’intervista al New York Times che ha portato alla luce il senso delle critiche alla politica ondivaga e sbilanciata sulla tattica di Obama, specialmente sul fronte siriano: il presidente “ha pensato che questo fosse un buon momento per fare un passo indietro e ricalibrare il modo in cui pensiamo a tutta la regione”, ha detto Rice, sollevando questioni di metodo e di contenuto. Nel metodo, Rice ha confermato che la virata politica è stata interamente concepita dalla Casa Bianca, tagliando fuori il dipartimento di stato e della Difesa; i vertici sono stati tenuti aggiornati sugli sviluppi della discussione ma i funzionari non sono mai stati invitati ai meeting che contano. Non sorprende che un fiume di leak e critiche anonime verso la Casa Bianca provenga da Foggy Bottom e dal Pentagono.
E’ il primo effetto della promozione al centro degli ingranaggi della sicurezza di una figura che ha pieno accesso alla cerchia ristretta del presidente. Nel merito, la “policy review” mette definitivamente in soffitta la mobilia della freedom agenda. Le linee guida di Rice “non qualificano la diffusione della democrazia come un interesse fondamentale degli Stati Uniti” e limitano rigorosamente l’uso della forza militare ai casi in cui l’America è chiamata a reagire a un attacco specifico. Una visione prudente – ai limiti dell’inazione programmatica – che contraddice la fama interventista di Rice. L’ex ambasciatore all’Onu è nota per le decise posizioni a sfondo umanitario che contemplano il ricorso alla forza, se è necessario. E’ stata una degli avvocati più vocianti dell’intervento in Libia per detronizzare Gheddafi e dopo l’attacco chimico di agosto nella periferia di Damasco ha tenuto un appassionato discorso in cui sosteneva, fra le altre cose, che “l’inazione minaccia i nostri interessi”, che il Consiglio di sicurezza dell’Onu è un’arma spuntata e un intervento militare “limitato” sarebbe stato necessario. L’orizzonte finale era il rovesciamento di Bashar el Assad. I princìpi battaglieri sono scivolati via da un documento che conferisce dignità strategica agli inafferrabili criteri con cui Obama ha alimentato lo status quo in medio oriente, e la stessa Rice in un incontro con il presidente e il team della Sicurezza ha ammesso che una politica estera aggressiva potrebbe complicare l’agenda politica del presidente. Rice si è trasformata in un aforisma di Leo Longanesi: si è a tal punto appoggiata sui princìpi che si sono piegati.